I bambini, dono e sorriso di Dio e speranza del futuro

In questo giorno, in cui si celebra la 36° Giornata Nazionale della Vita ho deciso di scrivere questi post per promuovere e tutelare la vita nascente e per contribuire a diffondere la cultura della vita, contro l’imperante cultura della morte.

Non sono post semplici, ma sento in coscienza mio dovere, personale e professionale, affermare la verità e svelare la menzogna, pur nel pieno rispetto di chi la pensa e agisce diversamente, e nell’accoglienza della donna, anche di quella che ha preso una decisione sofferta, che non sento di condividere, ma che merita il mio rispetto e la mia preghiera.

I miei non sono giudizi, ma espressione del mio amore totale ed incondizionato per la vita nascente, per i bimbi mai nati e per quelli passati direttamente, per cause naturali, dal grembo materno all’abbraccio di Dio.

Ho sempre amato i bambini e quando ero piccola, probabilmente influenzata dal tema degli orfanelli ricorrente nei cartoni animati di cui ero (sono) appassionata, dicevo a mia madre che non mi sarei sposata (allora non avevo capito molto cosa fosse il matrimonio, ma se prevedeva prendersi un maschio in casa, non ci stavo proprio, mi bastavano i miei fratellini dispettosi!), ma sarei voluta diventare la mamma dei bimbi che non ce l’hanno. Mia madre mi ascoltò credendo che avrei mille volte cambiato idea, aggiungendo però che lavorare con i bimbi orfani avrebbe comportato una rinuncia all’attaccamento, ribadendo ciò che s. Francesco disse (ed io ho imparato da Enrico e Chiara Petrillo): l’amore è il contrario del possesso.

Allora ero troppo piccola per capire, se non per il fatto che era troppo difficile per me, che, da brava sognatrice, l’orfanotrofio lo immaginavo come la Casa di Pony sulla collina di Candy Candy (un’anime appunto) e la realtà era ed è ben distante!!

Come da questo desiderio sono poi arrivata alla mia scelta professionale ne parlerò un’altra volta, ora vorrei parlare di quale dono immenso e prezioso sono i bambini e, col tema della speranza c’entrano moltissimo, infatti saranno gli uomini di domani, quindi saranno, estendendo il concetto, il nostro domani, ma se non sapremo custodirli, amarli, proteggerli, educarli, che uomini saranno? Ancora di più, se non li daremo alla luce, che domani avremo?

Anche Papa Francesco, all'apertura della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, ha detto che: <i figli sono la pupilla dei nostri occhi...Che ne sarà di noi se non ci prendiamo cura dei nostri occhi? Come potremo andare avanti?>. Papa Francesco ha inoltre esortato tutti a custodire la vita, ricordando che generare ha in sé il germe del futuro. Dunque non uccidiamo la speranza! Non uccidiamo il futuro! Questa strage di innocenti, il cui numero è elevato, deve finire!

Io non ho avuto questo dono, per cui posso con serenità affermare che i figli sono un dono, non un diritto, fatto liberamente dal Padre celeste a chi sa Lui e perché; io ho imparato a resistere alla tentazione di domandare i tanti “perché a Dio”! Non certo perché non mi salgano alla mente, solo che la mia piccola mente s’incarta facilmente già con le cose della terra, e poi certi perché sono troppo grossi: perché i bambini si ammalano e muoiono? Perché giovani vite si spezzano sulle strade? Perché mio padre è morto in quel modo, in quel tempo? Anche se il Padre mi rispondesse, io la comprenderei davvero la risposta? E se anche la comprendessi razionalmente, la accetterei?

Secondo me, non solo la nostra mente, ma anche il nostro cuore è troppo piccolo per comprendere ed accogliere determinate risposte, siamo lontani dal modo di pensare e agire di Dio (Is 55,8 Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore), di Dio Padre che ha dato il suo Unigenito Figlio, Gesù Cristo, per salvare tutti noi (ricordo durante una catechesi che il sacerdote ci disse che Dio Padre, paradossalmente, ama ciascuno di noi più del suo stesso Figlio!) e non certo per una sfilza di immacolati!! No, proprio noi, impiastri come siamo, che, pur avendo buone intenzioni, inciampiamo ripetutamente nell’attuazione pratica, noi che entriamo nella preghiera non tanto per conoscere meglio il Signore, per amarlo e stare in sua compagnia, ma spinti principalmente dai nostri bisogni, e  che poi, come bimbi piccini, abbiamo bisogno di essere presi per la mano per camminare nella storia, e che facciamo pure i capricci, volendo andare dove e come vogliamo noi, e Lui, il Padre Altissimo, dietro con pazienza e premura.

La Bibbia ci viene in soccorso quando i nostri grandi perché ci torturano, per es. la Sapienza al capitolo 9, 13-18 “Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza”. Anziché perderci nei perché, impariamo a fidarci di questo Papà che ci ama tanto e conosce il nostro bene meglio di noi e che fa bene tutte le cose e ricordiamoci che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno (Rm 8,28).

Prima di entrare, con il post successivo, nella mia esperienza professionale, vorrei sottolineare che spesso i giovani non vengono adeguatamente formati ed informati sull’importanza del donare la vita (spendendosi per le cose che contano davvero, sul dono reciproco nel matrimonio, sul dono della vita nascente), sull’educazione all’affettività e sessualità responsabili, sulla realtà, la cura e la difesa del proprio corpo, maschile e femminile, con le proprie peculiarità e differenze e la propria identità di dono (i bambini sono dono di Dio, ma tutti noi lo siamo), così cadono più facilmente nell’inganno che quella gravidanza è solo un problema, un ostacolo, un peso che rovinerà il loro futuro e che va eliminato, ebbene è un inganno e una menzogna, e per contribuire, nel mio piccolo, a svelarli vorrei usare le forti e bellissime parole di p. Vito D’Amato durante l’omelia del funerale di Chiara Corbella Petrillo, e riportate dagli autori Simone Troisi e Cristiana Paccini, nel libro “Siamo nati e non moriremo mai più” (Ed. Porziuncola): <Padre Vito ha raccontato che il demonio confonde, mette in testa alle persone la convinzione che “i figli sono nemici, che un figlio ti toglie la vita, che un figlio impedisce certi risvolti esistenziali, certe opportunità lavorative, certe soluzioni affettive: Oddio, il quarto figlio, come faremo? Come paghiamo il mutuo?”. Una donna che abortisce è una donna che è stata ingannata. Nessun figlio le ruberà la vita… alla base della decisione di abortire c’è una menzogna tanto più forte ed efficace quanto più nascosta ed inespressa. La menzogna dell’alternativa….Qual è l’alternativa che noi ci costruiamo nella capoccia? Che se tu quel figlio lo uccidi non esiste più, ma non è vero… è una menzogna. Dov’ è la menzogna? Che se tu ammazzi tuo figlio, dopo sarai felice. Ma non è vero, quel figlio esiste, esisterà sempre…>.


Io non ho ricevuto il dono della maternità, ma ho creduto alle parole che un padre francescano, molto importante per il mio cammino di vita e di fede, in un momento molto difficile della mia vita, in cui ero veramente arrabbiata con Dio, perché non comprendevo né accettavo la sua volontà e la possibilità di non diventare madre nella carne (specifico perché esiste anche una maternità nel cuore e riguarda tutte quelle donne che si aprono al dono, alla difficile e bellissima chiamata, dell’adozione e/o dell’affido temporaneo, donne davvero grandi e madri dal cuore grande!), mi disse e cioè che Dio rende feconda lo stesso la vita delle persone, anche se non si può (in caso di impedimenti fisici o per scelta, come quella delle persone consacrate) avere una fecondità nella carne.

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